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28/07/2016
Schiavitù 2.0

In uscita a settembre Schiavi di un dio minore, il nuovo libro UTET che racconta tutti gli inganni e le storture dell’attuale mercato del lavoro

All’epoca della sharing economy, delle start up e di una tecnologia sempre più pervasiva ed imperante è difficile rendersi conto che la schiavitù non è un tema relegato solo alle pagine più oscure dei nostri libri di storia.

La si legge nell’elevatissimo tasso di suicidi che colpisce le aziende asiatiche che assemblano gli smartphone e i tablet di cui ormai non possiamo più fare a meno, o nella ridottissima paga oraria delle operaie cinesi o bengalesi che producono i vestiti super economici che facciamo a gara a comprare.

Come spiegare altrimenti l’abbattimento dei prezzi ottenuto senza intaccare gli stratosferici guadagni delle multinazionali, se non con il sacrificio dei diritti e a volte della vita stessa dei lavoratori?

È proprio questo che ci raccontano lo scrittore, traduttore e consulente editoriale Giovanni Arduino e la giornalista e scrittrice Loredana Lipperini nel libro Schiavi di un dio minore, in uscita per UTET nei primi giorni di settembre. Un volume da non perdere per riflettere su tutti gli inganni e le storture di un sistema in cui la vita lavorativa si fa ogni giorno più liquida e flessibile a discapito dei diritti e del benessere dei lavoratori stessi.

Ma non si parla solo di terzo mondo. Anche nell’Occidente dalla tanto decantata civiltà si annidano storie quotidiane di sfruttamento e schiavismo 2.0. Il trafiletto su un bracciante morto di stenti in un campo di raccolta o l’editoriale sui magazzinieri che collassano a fine turno ci raccontano proprio questa storia.

E dove manca il padrone, c’è lo schiavismo autoinflitto dei freelance, che sopravvivono al lordo delle tasse, senza ferie pagate, contributi né tempo libero. Indipendenti, certo, ma incatenati nei fatti alle date di consegna e al giudizio insindacabile dei committenti, che per il pagamento si concedono spesso tempi biblici.

Arduino e Lipperini raccolgono proprio le voci di questi ‘schiavi’ di oggi, i figli di un dio minore costretti ad accettare orari improponibili e lavori di ogni genere per portare a casa stipendi da fame. E se la struttura legislativa del lavoro si smaterializza sempre di più, tornare a parlare di corpi, a far parlare le persone, è un modo per non rassegnarsi e resistere.